1. Ho capito che innamorarsi significa che tutto quello che prima non c’entrava, adesso c’entra.

    (Fonte: youtube.com)

     


  2. Della disritmia dei sentimenti

    Da quando ti ho desidero fortemente che il tempo passi come quando prepari un esame e ti dici che hai ancora davanti quindici giorni e succede immancabilmente che, al contrario di quanto credevi, l’orologio acceleri e dalla sera alla mattina corrano pochissimi secondi soltanto, non ore, non giorni, ma secondi velocissimi. Tic. Tac. Svegliarmi, dico, e dover solo decidere cosa mettere, abbinare le scarpe, toccarmi le tasche per vedere se ho preso le chiavi, sentire il nodo allo stomaco stringersi, partire. Capita, invece, che te ne stai lì, fisso a guardare le lancette e quelle niente, oh, immobili. Quando il tempo passa troppo in fretta e non dovrebbe si finisce sempre a sbagliare per difetto; si crede, cioè, di avere molto da aspettare e non si aspetta, in verità, niente. Quando, invece, ci si affida all’aspettativa, che, chiaro, è aspettarsi e non aspettare, succede che il tempo non passa mai, che l’errore è sempre per eccesso. Io, per dire, cascasse il mondo se ogni pomeriggio non penso almeno una volta che siano come minimo le sei e un quarto e, bam, sono ancora le cinque e mezzo. Saper leggere l’ora è piuttosto frustrante. Saper leggere l’ora e riferirsi al tempo secondo stime ottimistiche lo è maggiormente. La faccenda dell’Empire State Building continua a fare come un rumore di frigorifero ingolfato nella mia testa. Ho letto in un libro che il tempo scorre con due diverse cadenze a seconda che ti trovi in cima o in fondo all’edificio. Pare, insomma, che il tempo scorra qualche secondo più veloce in cima e, voglio dire, che me ne faccio di secondi extra se posso decidere di accorciare la mia attesa standomene sul tetto di un grattacielo? Certo, riesco a figurarmi come minimo tre situazioni in cui l’avere a disposizione del tempo in più può rappresentare l’àncora di salvezza o, almeno, un miglioramento netto della vita: quando prepari un esame, per l’appunto, quando accendi la miccia per far scoppiare una bomba e poi devi correre e lanciarti a terra e hai sempre il fottuto terrore di essere rimasto troppo vicino al luogo in cui avverrà l’esplosione e quando inizi a sentirti troppo vecchio; ma a nessuno di questi casi somiglia la mia attesa, che è, infatti, volontà di ridurre e non di dilatare le ore. Se questa cosa del tempo che rallenta ed accelera sia vera mi resta ancora da scoprirlo; quello che so è che adesso preferirei stare sopra e non sotto all’Empire State Building, avere un esame domani e sentirmi mal preparata, correre troppo poco e rischiare di perdere tutte le dita dei piedi, invecchiare più veloce, ma azzerare attese e aspettative, averti, per dio, e piantarla di guardare all’orologio della cucina come fosse un oracolo, che tanto, s’è capito, a dirmi l’ora che voglio sentire non c’azzecca proprio mai.

     

  3. Ecco, ho fatto questa cosa. Non dice niente del fatto che non ho scritto per tutto questo tempo perché sono stata lontana da casa, fuori, in altri posti, almeno tre diversi. Né di tutte le persone che ho incontrato. Non dice che sono una chiavica a fare i video, ma si capisce benissimo (signoriddio!). Racconta di te e di me.

    Dopodomani riparto. I giorni del diario torneranno a scorrere.

    Ah, la musica e l’idea vengono da Beginners, un film bellissimo. Ho preso immagini diverse, ho scritto le parole, le ho lette e registrate, roba da poco, che, si sa, io non mi invento mai niente.

     


  4. Delle parole nuove per esprimere concetti vecchi

    Giorno 8

    Più tre giorni di mancanza, meno quattro alla partenza, poi ancora quindici giorni.

    Nella prossima vita voglio rinascere cuccia in cui tornare, treno, calendario o te, così posso abbracciarmi tutte le volte che c’ho voglia.

     


  5. Del master in Immaginare tragedie

    Giorno 7

    Asperger manca da due giorni. So che gli è successo qualcosa. Ad intervalli regolari mi affaccio per controllare che non sia tornato. Il rumore della porta che si apre richiama tutti men che lui. Johnnino si lascia accarezzare sul capoccino nero, si stende a terra e niente dice del suo fratello scomparso. L’hanno investito, Johnny? Qualcuno l’ha preso? E l’omertà, Johnny, quanto è triste l’omertà? Mi sento impotente, voglio fare un biglietto e scriverci dentro che si è perso un gatto nero più della notte, che la sua assenza mi spezza in due, che occorre sapere cosa gli è accaduto, che le disgrazie capitano tutti i giorni, di ritrovarlo, grazie, vorrei scriverci dentro, di portarlo al tal indirizzo, alla tale persona. Aggiungerci quella cosa solita della ricompensa, alla fine.

     


  6. Del moto di ritorno della risacca

    Giorni 4-5-6

    Il treno ferma in un paese che vorrei dire il nome e non mi ricordo mai. Nel paese c’è una casa e nella casa c’è un uomo. La casa è di mattoncini chiari e colonnine dritte decorano tutti i balconi. Su uno dei terrazzi di colonnine c’era questo signore che fumava una sigaretta e guardava il mare. Ho pensato che potrei starci tutta la vita, io, ad abitare in una casa che guarda il mare e che sta in un paese che pare deserto, che pare non ci sia niente e invece c’è il mare, un paese che vorrei dire il nome e mai mi ricordo; che a me, certe volte, ad averci il mare mi sembra di averci tutto e certe volte, invece, mi sembra di no. Oggi, per dire, che io stavo di qua e tu stavi di là, oggi, per dire, m’è sembrato di non averci tutto, ma poi il treno s’è fermato di nuovo di fronte a quella casa e sul terrazzo una signora stendeva i panni con le spalle al mare, una cosa che manco se ne accorgeva della distesa immensa d’acqua che le stava così vicino alle caviglie, e a me m’è venuto da ridere e ho pensato, te lo volevo dire, che io e te, quando andiamo a nuotare, possiamo fare che arriviamo solo fino a dove si tocca, una cosa che non corriamo nessun pericolo, che neppure ce ne accorgiamo.

     


  7. Del giusto tempo per maturare i pensieri

    Giorno 3

    Funziono.

     


  8. Delle estensioni di stomaci e tavoli

    Giorno 2


    Le statistiche del blog dicono che qualcuno è riuscito ad arrivare qui ricercando la frase “la camomilla sfianca il cuore”. Ora, la chiave di ricerca è pregiatissima; io manco lo sapevo ci fosse questo rischio, con la camomilla. Mi piacerebbe comunque suggerire a quella persona di venire a provare il pranzo delle feste preparato da mia madre per poi rieditare insieme una classifica delle cose che realmente, nella vita, sfiancano il cuore (in senso letterale e figurato). Il pranzo delle feste, mostro mitologico che m’accompagna dalla prima infanzia, rientra appieno nell’elenco, ovviamente. La via crucis dei sensi fa tappa nella felicità estrema dello stomaco satollo, ma prestissimo un sentimento bipolare di soddisfazione mista a dispiacere si sostituisce alla sensazione di benessere, incombe poi la morte, concreto e disperato desiderio. Gli occhi si chiudono e le arterie si intasano, ma mai, mai si deciderà di rinunciare al giro di liquori che chiude il pasto, tanto più se nella bottiglia a forma di coppa dei mondiali di calcio c’è il limoncello di tua zia, una roba così forte che squaglia pure i bicchieri. Se dovessi decidere altri punti per l’elenco delle cose che sfiancano il cuore, ci infilerei dentro la tua capacità, questa mattina, di riferirti alla pasqua con due aggettivi che non fossero buona o felice, quando il tempo non vuole passare, quando arrivi per secondo e quando arrivi per primo.

     


  9. Dei resoconti dell’allunaggio

    Giorno 1.

    Sono così stanca, oggi. Ho preso l’acqua e la fatica non s’è contata. Neppure il pranzo m’è toccato, neanche la pausa. Il prete del paese, che ho incontrato per lavoro, ha detto che in questa notte avrebbe battezzato gli adulteri. Credeva fosse un modo più elegante e ricercato di chiamare i grandi, gli adulti. Ho desiderato fortissimo che tu fossi seduto lì di fronte, alzare lo sguardo e scoprire che stavi facendo quell’espressione che io già sapevo, mordermi gli angoli interni della bocca per trattenere una risata. Asperger ha fatto di nuovo quel suo trucco di quando lo infili nel trasportino, ti giri e lui esce fuori subitissimo. Devo dire che è sorprendente. Per gioco ho iniziato a chiamarlo Houdini. Mancano nove giorni alla partenza e quindici giorni all’inizio della mia primavera.

    Da uno a dieci mi sei mancato diecimila.

     


  10. Del telegatto alla carriera

    Sono in una città che non è la mia, devo prendere l’autobus. Attraverso la strada e chiedo a due ragazze che masticano una panchina fatta ti fettine d’arancia se stiano aspettando lo stesso mezzo. «No -dicono loro- noi siamo qua che facciamo una ricerca sociale per l’università», la più giovane aggiunge «siamo della facoltà di come si sopravvive alla gioventù».

    «E come si sopravvive alla gioventù?» chiedo, «Eh, si diventa vecchi».

    (Inconscio mio bello Stop Tu ci hai serio disagio Stop Pregonti guarire presto Stop O lasciarmi vivere quieta)

     


  11. La cosa migliore di quando le cose iniziano è che le cose iniziano.
     

  12. Ciao. Ho disegnato che sono balada.

     


  13. Del de(scrivere) perfettamente voglie e mancanze

    Sono giorni, questi, che sento come un’avversione per la scrittura. Non che si tratti di qualcosa di interesse generale, eh. Voglio dire, se Carver, Carnevali o Sanguineti, tanto per citarne tre, non avessero avuto di che scrivere, allora certo c’era da preoccuparsi, ma io, insomma, posso pure starmene in silenzio e convincermi giorno per giorno di aver fatto una buona scelta. Ho sempre pensato che semmai mi fosse passata la voglia di scrivere, ecco, quello sarebbe stato un segno, come un sintomo dell’avvenuta guarigione, eppure questo allontanamento dalla parola scritta (con la quale lo stesso, al momento, mi relaziono) non mi è sembrato un traguardo, quanto più una regressione. Ci provo, mi dico, mi impegno, ho addirittura riesumato una vecchia macchina da scrivere, che, mi sono detta, deve essere proprio così che si fa, un processo naturale, mi sono detta, e poi, ho pensato, lo dice la parola stessa: se uno usa una macchina da scrivere, creata, intendo, a quel fine specifico, scriverà pur qualcosa, no? Allora mi siedo lì davanti, mi impongo di non fissare la parete e di provarci, almeno, ma niente. Temporeggio, provo a far venire dei disegni sovrapponendo le lettere, conto quante volte devo premere sulla barra spaziatrice per coprire la distanza da un lato all’altro del foglio nel senso della larghezza, provo a vedere se riesco a coprire la stessa distanza in un tempo inferiore al minuto, ogni volta che il foglio finisce lo riporto indietro e con la voce imito il rumore della macchina: cronc-dlin!  Non scrivo una parola. Niente di niente. Forse è per via di questa macchina così scomoda, con i tasti talmente duri che mi aspetto solo di vedermi nascere i calli sui polpastrelli come quando si incomincia a suonare, o forse è la stanchezza. Sì, forse è quello, è la stanchezza. L’unica cosa che mi riesce di comporre sono gli elenchi. Trovo che sia terapeutico e, allo stesso tempo, una cosa completamente da pazzi.

    Quello che ho scritto oggi riguarda:

    - Il nome di tutti gli animali che riesco a riconoscere dal treno;
    - Il numero esatto delle piante di limoni sulla strada da casa ad Ancona;
    - I giorni che sarò lontana da dove sono nata nel mese di Marzo;
    - Un numero approssimativo di uomini che conosco ai quali cresce la barba come Abramo Lincoln;
    - Tutte le volte che avrei voluto telefonarti;
    - Tutti i modi in cui so dire in inglese che non ne ho idea.

     


  14. E ho zero voglia di parlare.

     


  15. Dell’agghiacciante meraviglia della verità assoluta (post più vero del vero e più serio del serio)

    E poi vaglielo a spiegare a tua madre che ti laurei e non sei contenta. Diglielo che l’unico dottore che ti interessa è il decimo, David Tennant! No, dico, vaglielo a spiegare a tua madre chi è David Tennant. Provaci, per dio, a farle capire che ti si dovevano sciogliere dei nodi e invece qua niente s’è mosso. Glielo sai dire che le lacrime non sono di commozione, ma d’un disperato e stanco che sfianca? Ah, non glielo sai dire? Fortuna che c’è il blogghino, eh? No, lascia stare, hai ragione, non dirle niente, che ha portato su lo spumante da casa e, me l’immagino, l’avrà tenuto sott’occhio per tutto il viaggio, mentre lo sguardo un po’ le si annebbiava e puoi giurare che ti dirà che non sta per piangere. Glielo sai spiegare a tuo padre che il bruxismo non è dovuto al futuro incerto, all’insicurezza dei giorni che verranno? Raccontagli della regressione, della strategia del disgelo, del tempo che non passa mai, avanti! A cosa ti servono le parole che sai se ti manca sempre quella giusta per poter dire come stanno le cose? Fatti un favore: smettila di raccontarti storie.

    E, per inciso, caneprocione NON è la parola giusta.