Da quando ti ho desidero fortemente che il tempo passi come quando prepari un esame e ti dici che hai ancora davanti quindici giorni e succede immancabilmente che, al contrario di quanto credevi, l’orologio acceleri e dalla sera alla mattina corrano pochissimi secondi soltanto, non ore, non giorni, ma secondi velocissimi. Tic. Tac. Svegliarmi, dico, e dover solo decidere cosa mettere, abbinare le scarpe, toccarmi le tasche per vedere se ho preso le chiavi, sentire il nodo allo stomaco stringersi, partire. Capita, invece, che te ne stai lì, fisso a guardare le lancette e quelle niente, oh, immobili. Quando il tempo passa troppo in fretta e non dovrebbe si finisce sempre a sbagliare per difetto; si crede, cioè, di avere molto da aspettare e non si aspetta, in verità, niente. Quando, invece, ci si affida all’aspettativa, che, chiaro, è aspettarsi e non aspettare, succede che il tempo non passa mai, che l’errore è sempre per eccesso. Io, per dire, cascasse il mondo se ogni pomeriggio non penso almeno una volta che siano come minimo le sei e un quarto e, bam, sono ancora le cinque e mezzo. Saper leggere l’ora è piuttosto frustrante. Saper leggere l’ora e riferirsi al tempo secondo stime ottimistiche lo è maggiormente. La faccenda dell’Empire State Building continua a fare come un rumore di frigorifero ingolfato nella mia testa. Ho letto in un libro che il tempo scorre con due diverse cadenze a seconda che ti trovi in cima o in fondo all’edificio. Pare, insomma, che il tempo scorra qualche secondo più veloce in cima e, voglio dire, che me ne faccio di secondi extra se posso decidere di accorciare la mia attesa standomene sul tetto di un grattacielo? Certo, riesco a figurarmi come minimo tre situazioni in cui l’avere a disposizione del tempo in più può rappresentare l’àncora di salvezza o, almeno, un miglioramento netto della vita: quando prepari un esame, per l’appunto, quando accendi la miccia per far scoppiare una bomba e poi devi correre e lanciarti a terra e hai sempre il fottuto terrore di essere rimasto troppo vicino al luogo in cui avverrà l’esplosione e quando inizi a sentirti troppo vecchio; ma a nessuno di questi casi somiglia la mia attesa, che è, infatti, volontà di ridurre e non di dilatare le ore. Se questa cosa del tempo che rallenta ed accelera sia vera mi resta ancora da scoprirlo; quello che so è che adesso preferirei stare sopra e non sotto all’Empire State Building, avere un esame domani e sentirmi mal preparata, correre troppo poco e rischiare di perdere tutte le dita dei piedi, invecchiare più veloce, ma azzerare attese e aspettative, averti, per dio, e piantarla di guardare all’orologio della cucina come fosse un oracolo, che tanto, s’è capito, a dirmi l’ora che voglio sentire non c’azzecca proprio mai.